venerdì 23 agosto 2019
05.04.2012 - redazione

Marco Prestileo: ricorso motivato dall'infondatezza delle accuse mossemi

comunicato stampa dell'ex Direttore Generale del Comune di Ventimiglia Marco Prestileo

Quanto riferito nella relazione ministeriale o prefettizia si deve presumere essere scaturito dalla relazione svolta dalla Commissione di indagine che ha operato quattro mesi senza sentire mai l’esigenza di avviare un contraddittorio con i soggetti maggiormente interessati alla vita amministrativa, Sindaco e Direttore Generale.

Se avessero semplicemente chiesto alcune informazioni o spiegazioni non avrebbero commesso errori così grossolani, come invece hanno commesso, che purtroppo sono stati anche ripresi dal Ministero dell’Interno e dal Prefetto nella loro relazione.

Studiando attentamente la relazione ministeriale e prefettizia per la redazione del ricorso al TAR Lazio che l’ex sindaco Gaetano Scullino ha potuto presentare, in quanto amministratore, a differenza del sottoscritto che per il ruolo prettamente tecnico ricoperto non risultava tra i diretti destinatari del provvedimento di scioglimento, si evince che gli estensori hanno agito più di fantasia che sulla base di un’attenta e reale analisi dei fatti realmente accaduti. Tutto il filo conduttore della relazione è chiaramente contro ogni logica e buon senso, oltreché fondato su insufficienti basi tecniche e documentali. Mi dispiace aver dovuto constatare che gli estensori, sulla base di alcuni indizi non fondati, abbiano erroneamente ritenuto di poter riscontrare delle irregolarità nell’attività amministrativa del Comune di Ventimiglia, per di più senza indicare e – tantomeno – dimostrare quale sia il preteso nesso eziologico tra queste ultime e gli asseriti “collegamenti” o le asserite “forme di condizionamento” del sottoscritto o degli amministratori comunali.

Nel ricorso viene dimostrato l’infondatezza totale di quanto affermato dalla relazione ministeriale, circa le pretese mie “frequentazioni”, con i membri della locale famiglia mafiosa. Nulla di tutto ciò, infatti e a ben vedere, emerge dall’esame della relazione prefettizia, da cui la relazione ministeriale avrebbe dovuto ispirarsi. La proposizione risulta perciò apodittica, oltreché per il Sindaco, anche in relazione al sottoscritto il quale da vittima di un attentato, diventa – nella relazione prefettizia – soggetto “condizionato” e – nella relazione ministeriale – “frequentatore” della malavita.E’ assurdo, vergognoso ed inaccettabile.

Mi sono chiesto, ma esiste una giustificazione per questi organi amministrativi dello Stato, che seppure animati dai buoni propositi, si spera, di combattere la criminalità organizzata di stampo mafioso, travolgono anche gente onesta come il sottoscritto pur di raggiungere il loro obiettivo? Ma è giusto che questo potere sia in mano ad organi amministrativi che agiscono solo sulla base di presunti indizi, senza prove, anziché delegare – come pensavo fosse necessario prima di questa tragica esperienza – questo potere solo agli organi investigativi della magistratura e delle forze dell’ordine? in modo che i possibili loro errori siano almeno giudicati da un giudice imparziale e nei tre gradi di giudizio? Ho tentato di dare una risposta a queste mi domande, leggendo ed approfondendo molto l’argomento mafia, a me del tutto sconosciuto.    

Sono arrivato a riconoscere che sia possibile affermare: “Confrontandomi con lo “Stato-mafia” mi sono reso conto di quanto questo sia più funzionale ed efficiente del nostro Stato e quanto, proprio per questa ragione, sia indispensabile impegnarsi al massimo per conoscerlo a fondo allo scopo di combatterlo. Mi rimane comunque una buona dose di scetticismo, non però alla maniera di Leonardo Sciascia, che sentiva il bisogno di Stato, ma nello Stato non aveva fiducia. Il mio scetticismo, piuttosto che una diffidenza sospettosa, è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le convinzioni. Io credo nello Stato, e ritengo che sia proprio la mancanza del senso dello Stato, di Stato come valore interiorizzato, a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano: il dualismo fra società e Stato, il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan; la ricerca di un alibi che permetta a ciascuno di vivere e lavorare in perfetta anomia, senza alcun riferimento a regole di vita collettiva. Che cosa se non un miscuglio di anomia e di violenza primitiva è all’origine della mafia? Quella mafia che essenzialmente, a pensarci bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato...”.

Con lo scioglimento del Consiglio comunale di Ventimiglia, di una amministrazione laboriosa, efficiente, capace di produrre quei cambiamenti che tutti i cittadini si aspettavano, scioglimento su basi illogiche e apodittiche, lo Stato non ha risposto al quel bisogno di ordine, di giustizia, di equità e di tutela della dignità umana che in molti si aspettavano. Lo Stato sciogliendo, in questo modo e su queste basi, chi combatteva per la legalità ha fatto paradossalmente vincere l’illegalità, ha contribuito in Città ad aumentare quel dualismo tra società civile e Stato, ad alimentare alibi che permettano a ciascuno di noi di allontanarsi dall’idea di occuparsi della cosa pubblica e dal credere nella giustizia.   

Sbagliare è umana, speriamo che non ci sia la volontà di perseverare e che ci sia l’onestà di riconoscere gli errori fatti.

Concludo precisando che la definizione sopra riportata sull’efficienza dello “Stato-mafia” rispetto alla Stato, e più in generale sulla mafia è di Giovanni Falcone, in collaborazione con M. Padovani, Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano, 1991, pag. 71.

Ecco un passaggio del ricorso in merito all’ex Direttore generale del Comune di Ventimiglia:

Per quel che peraltro è dato comprendere – a parte i riferiti “atti intimidatori”, la cui supposta rilevanza, si ribadisce, contrasta apertamente con la contestuale prospettazione degli asseriti collegamenti in discorso (sicché le pretese argomentazioni si elidono a vicenda) – la relazione prefettizia non identifica alcun “collegamento” e/o “frequentazione”, limitandosi a:

 - conferire un non meglio precisato rilievo “emblematico” agli incarichi svolti dal Direttore generale in passato, nella sua attività libero-professionale di dottore commercialista (recte: all’incarico, svolto addirittura nel lontano 1996, di «presidente del collegio sindacale della ***», società rispetto alla quale sarebbero emerse - non si sa neppure se in epoca anteriore, contemporanea o successiva rispetto allo svolgimento dell’incarico professionale - «interessenze … da parte di soggetti della malavita organizzata»; circostanze di cui comunque lo stesso professionista, divenuto Direttore generale solo molto tempo dopo, non è mai stato a conoscenza, né, del resto, è diversamente provato dall’Amministrazione resistente;

 - strumentalizzare ingiustificatamente delle dichiarazioni (del tutto “neutre”) di mera conoscenza dei soli nominativi di alcuni soggetti che, si apprende ora, sarebbero apparentemente legati alla criminalità, senza neppure contestualizzarle e senza tener conto del fatto che il Comune di Ventimiglia è un comune molto piccolo, di circa 25.000 abitanti (ed ancor più piccolo è il Comune di Vallecrosia, dov’è avvenuta la citata esplosione dei colpi d’arma da fuoco, che ha circa 7.000 abitanti).

E’ quindi evidente che il primo dei due elementi considerati è tutt’altro che “emblematico”, essendo anzi assolutamente generico ed intrinsecamente irrilevante, mentre la seconda operazione di artata strumentalizzazione poggia anch’essa su un sillogismo approssimativo, la cui premessa maggiore è peraltro del tutto errata e comunque indimostrata.

E’ invece chiaro che il Direttore generale, al pari dell’odierno ricorrente, è persona assolutamente rispettabile, incensurata e, più precisamente, mai raggiunta neppure da un avviso di garanzia, nonostante i numerosi incarichi (anche pubblici) ricoperti negli ultimi venti anni di attività.

Inoltre, è inquietante – sotto il profilo della tecnica investigativa – il diffuso riferimento alla vox populi come se si trattasse di una “fonte” affidabile, sulla quale basare un giudizio quale quello in contestazione.

E’ chiaro che le affermazioni della relazione sono errate, infondate, non provate, contraddittorie, illogiche e, per di più, smentite per tabulas tutte le affermazioni in merito ai pretesi «collegamenti» e addirittura alle asserite «frequentazioni» del Sindaco e del Direttore generale con esponenti della locale criminalità organizzata.

Dopo aver sostenuto che il Sindaco e il Direttore generale avrebbero avuto dei collegamenti con la criminalità organizzata, la relazione prefettizia prova a sostenere anche l’esatto contrario, ossia che gli stessi soggetti sarebbero soggetti a forme di condizionamento, sempre da parte della criminalità organizzata, a fini di tutela degli interessi di quest’ultima.

Inoltre, fermo quanto sopra, ingiustificatamente in nessun conto viene tenuta la circostanza che il Direttore generale, in ogni caso, ha sempre prontamente denunciato gli accadimenti suesposti, confermando così, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l’assenza di qualsivoglia condizionamento di sorta nei confronti di tutte le forme di illegalità e, ancor più, di criminalità.”

E’ vergognoso che su inesistenti presupposti siano state offese profondamente delle persone serie, oneste e capaci che hanno lavorato tanto per cambiar in meglio Ventimiglia. Speriamo di poter leggere presto la relazione dei commissari, oggi non pubblica, per valutare ulteriormente se vi sono gli estremi per una querela.

Marco Prestileo


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